Resuscitare l’altrove

In occasione della Santa Pasqua di Resurrezione desideriamo condividere una storia di resilienza. La lettera di Luca testimonia che essere resilienti è più che resistere. È vivere facendo dell’ostacolo un trampolino di lancio, della fragilità una ricchezza, della debolezza una forza, dell’impossibilità una serie di possibilità.

Crisi. Stavo disteso su quella branda ripensando alle vicende che mi avevano condotto lì. Nella mia vita avevo trovato la quadratura del cerchio, raggiunto gli obiettivi prefissati ma ad un certo punto il sistema aveva smesso di funzionare. Tutto era iniziato con una crisi di coppia, un giorno mi disse che non aveva più bisogno di me, dovevo andarmene. Il contratto a tempo determinato era finito poco prima, non avevo mai accettato i compromessi che mi imponevano di tacere l’uso del denaro di tutti per il beneficio di pochi. Mi restava l’assegno di disoccupazione per altri sei mesi, in banca avevo solo pochi spiccioli e da quando ero andato via dalla città dove vivevo con lei, non avevo più neanche una casa. Ho accettato l’idea di trasferirmi all’estero. Ma anche qui le cose sono precipitate. Sono rientrato in Italia. Ho chiesto aiuto alla mia famiglia di origine, mi hanno negato ogni aiuto; ho chiesto aiuto agli amici, porte chiuse. Vivevo in una cantina, eravamo in gennaio e quello era l’unico posto dove passavano i tubi del riscaldamento, una brandina come letto, i topi a farmi compagnia. Sette anni prima un infarto mi aveva quasi ucciso, il cuore ha iniziato di nuovo a darmi fastidio, mi hanno ricoverato in ospedale. Quando sono uscito c’erano i soliti problemi ad aspettarmi. Ho chiesto aiuto ad un avvocato, mi ha consigliato di ricorrere al tribunale per far valere i diritti di mantenimento dei nullatenenti. Erano piccoli appigli ma importanti per chi è sospeso sul baratro. In quel periodo ho purtroppo conosciuto anche l’esperienza del carcere. Quando esco dal carcere, non so dove andare, mi rendo conto che la sfida inizia di nuovo, devo dimostrare di cavarmela senza nessuno che mi aiuti, ma chi crede in se stesso non è mai solo. Cammino sulla passerella dei bagni Sacro Cuore quando sento una voce “Senti vez non è che avresti qualche moneta?”. Lo slang non mi è nuovo, vez sta per vecchio, mi volto sorridendo, è un ragazzino, ci presentiamo, raccontiamo le nostre storie. Fraternizzare per chi sta sulla strada è facile, non ci sono barriere.

Incontro. Il giorno dopo vado alla Caritas per parlare con i responsabili, un iter necessario per avere i buoni pasto. Conosco Andrea, l’umanità non gli manca ma si meraviglia, mi chiede di raccontargli perché sono finito lì. Gli spiego, capisce, sa che ho diritto all’assistenza per le vicende che mi vedono coinvolto, i pasti mi vengono garantiti, l’amicizia nasce spontanea. Dopo un po’ di tempo, decido di andarmene e carico lo zaino e la tenda su una vecchia bicicletta, ci sono i mondiali under 20 a Parma, mi iscrivo come volontario e passo un fine settimana immerso nella cosa che amo di più, lo sport. Torno con una carica in più e l’attesa per una risposta, la concessione di una borsa lavoro da parte della Caritas. Quando arrivo davanti all’edificio dove vivevo, mi crolla il mondo addosso, durante la mia assenza hanno sgomberato. Sono al limite della disperazione, là sopra c’è il computer con i libri che ho scritto, quasi tutti i documenti, i vestiti. La soluzione me la offre un muratore, la persona più semplice di quel complicato ingranaggio, sta chiudendo con i mattoni ogni pertugio: “C’è ancora una finestra aperta al primo piano, ti presto la scala vai a pren- dere le cose che ti servono ma fai presto che devo finire il lavoro”. Il sabato successivo vado alla mensa per il pranzo, è lì che incontro Antonio. Si offre di aiutarmi, ha una barca che deve essere messa in acqua nella darsena, posso viverci per un po’. Arriva anche la risposta della borsa lavoro, mi è stata concessa, devo trovare qualcuno disposto ad assumermi. Inizio una ricerca tra i vecchi amici, pensavo sarebbe stato più facile trovare qualcuno disposto ad aiutarmi. Ho addosso un’etichetta, molti hanno paura, alle richieste d’aiuto voltano la faccia dall’altra parte. Faccio anche altri colloqui di lavoro e mi confronto con la speculazione, parlo tre lingue, ho un diploma e diverse esperienze professionali ma mi offrono impieghi stagionali a tempo pieno per 500 euro al mese. Andiamo avanti con la borsa lavoro della Caritas, due amici mi aiutano, firmiamo il contratto, non mi sembra vero.

In viaggio. Dopo i mesi della borsa lavoro, mi ritrovo con il biglietto per Cuba in tasca, aspetto di partire per riabbracciare la persona che amo e che mi aspetta là. L’esperienza con la Caritas e la scoperta di una solidarietà diffusa, l’atteggiamento del nuovo Papa, mi hanno riavvicinato al mondo cattolico; i dubbi ci sono sempre ma non vedo più questa parte di società come nemica. Io ho avuto la fortuna di trovare persone sensibili, un ente e delle persone che mi hanno dato fiducia, un’indole diversa e sono stato aiutato. Saluto Roma, l’Italia e le nostre tradizioni gastronomiche con un piatto di bucatini all’amatriciana, da domani saranno fagioli, riso e maiale arrosto i piatti più comuni, ma sarà anche l’incontro con un amore atteso per un anno, con una famiglia che mi aspetta e con un paese che resiste all’economia globale. Atterro a Santiago, Cuba; l’incertezza di trovare i bagagli si unisce all’ansia per l’assenza del volto che cerco tra la folla. Un uomo robusto, di colore, mi fa cenno con il dito di guardare verso una direzione, eccola! La chiamo, la raggiungo, la stringo forte e la bacio: è un sogno che si realizza e subito dopo penso a tutti quelli che mi hanno aiutato.

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