Sessantotto, quale eredità?

Compie mezzo secolo il Sessantotto. Un evento epocale che ha riscritto la storia del Novecento. Nei prossimi numeri racconteremo quella fatidica data nel nostro territorio, con gli occhi di un ventenne di allora, tra aspettative e disincanto. Ma cosa ha insegnato quella rivoluzione politica poi degenerata nella lotta armata? Quale l’eredità? La risposta passa attraverso la voce della Chiesa che, appena cinque anni prima, aveva vissuto il suo Concilio. Tre le figure chiave: Carlo Maria Martini, Joseph Ratzinger e Papa Francesco. «In quegli anni – scrive Martini – la tensione alla povertà diede luogo a nuovi modi di vita; alcuni sono falliti, ma il pungolo era reale e sano. Un’istanza che veniva esasperata e faceva della politica l’unica cifra interpretativa».

Per Ratzinger dalle proteste giovanili emergeva una «nostalgia del futuro» che non era altro che «nostalgia di Dio». Un anelito spirituale espresso nella canzone di Francesco Guccini “Dio è morto”, anche se il cantautore parlava di un dio laico. Infine Papa Francesco che, nei giorni scorsi, ha esaltato la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948) evidenziando come «in seguito ai sommovimenti sociali del Sessantotto, l’interpretazione di alcuni diritti è andata modificandosi, così da includere una molteplicità di nuovi diritti in contrapposizione tra loro». E tra i diritti oggi violati elenca quello alla vita, alla libertà e alla inviolabilità di ogni persona umana. Ecco da dove ripartire.

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