Guida ai presepi storici di Urbino – La serie completa

Pubblichiamo di seguito in versione completa tutta la serie di sette articoli a cura di Giovanni Volponi dedicati ognuno a una natività storica di Urbino, apparsi nei numeri di novembre e dicembre del giornale cartaceo.

1. La città di Urbino è famosa per tante cose, dal Rinascimento alla crescia sfogliata, e non è questo il luogo dove stilarne l’elenco. Tuttavia c’è una tipicità da pochi riconosciuta: il presepe. Questo Natale la mostra diffusa “Le Vie dei Presepi” compirà 17 anni, ma essa è solo l’erede moderna di una tradizione ben più antica: sono infatti numerose le natività storiche presenti in città e in queste pagine, a cadenza settimanale, proveremo a presentarvele. Cominciamo dalla più famosa: il presepe di Federico Brandani. È il più antico presepe al mondo (1550) in stucco a grandezza naturale. In realtà e un’adorazione dei pastori, troviamo infatti tutti gli elementi tipici: Gesù già adagiato sulla mangiatoia è riscaldato dal fiato di bue e asino; Maria e Giuseppe sono in contemplazione. Attirati da un coro di angeli che occupa il soffitto, quattro pastori, tre da sinistra e uno da destra, si accalcano sulla scena per osservare il piccolo Gesù. Uno tiene ancora tra le mani un agnello, simbolo del suo futuro sacrificio. Ma l’unicità di quest’opera è data dall’esser collocata all’interno di una finta grotta, con le pareti interamente ricoperte di pietre tufacee e calcaree, così da dare l’impressione di trovarsi davvero in un ambiente intimo e privato. Un vero capolavoro di scultura cinquecentesca. S. Giuseppe, un po’ defilato e scomposto nella posa, in realtà attira l’attenzione e ci fa immedesimare in lui, ancora incredulo del figlio che Dio gli ha dato tramite Maria: è un chiaro omaggio al Santo titolare dell’oratorio. Nel ’700 il card. Albani donò un altare di marmo per questa cappella, regolarmente officiata; fu venduto nei primi del ’900 e il vuoto fu colmato da Diomede Catalucci con rocce simili. Da quel momento il presepe sarebbe diventato uno dei monumenti più visti di Urbino.

2. La scorsa settimana è iniziato un ciclo di articoli alla scoperta dei presepi storici di Urbino: abbiamo cominciato con il grande gruppo scultoreo del Brandani conservato nell’oratorio di San Giuseppe. Pochi ricordano però che nella stessa chiesa è esposto un dipinto, che peraltro non può passare inosservato vista la metratura, di analogo soggetto. Nel ’700 la famiglia Albani fu molto generosa nei confronti della confraternita di S. Giuseppe, in quanto era il loro protettore e tradizionalmente gli Albani erano tutti iscritti al sodalizio. Quando fu demolita la vecchia chiesa cinquecentesca, invasa dall’umidità, fu preservata solo la cappella del presepio. La nuova aula fu così decorata ex novo da Carlo Roncalli, chiamato da Annibale Albani con l’incarico di riempire ogni angolo di pareti e soffitto. Così fu: egli affrescò volta e pareti, e dove non colorò direttamente il muro, collocò quattro grandi oli su tela di 3 metri per 3 con raffigurati i quattro momenti salienti della vita di Giuseppe: lo Sposalizio con la Vergine, la Natività, la Fuga in Egitto e la Morte. Come detto per il presepe in stucco, anche qui in realtà si tratta di una Adorazione dei Pastori. Infatti, pur nella penombra che domina il grande quadro, si distinguono diverse figure in contemplazione. Parliamo di alcuni pastori e del coro di angeli che invece ammira dall’alto l’evento. Il dipinto è, seppur nel grande buio che regna sulla composizione, ridondante e barocco nelle vesti, nel numero di figure presenti, nei fiori gettati dagli angeli sulla mangiatoia quasi a ricordare una processione settecentesca con il lancio dei petali sul corteo. L’agnello in basso a sinistra e alcuni volti ricordano anche il Barocci, pittore di cui certamente, nella sua permanenza a Urbino, Roncalli non ha potuto evitare di subire il fascino.

3.  Proseguiamo il ciclo di articoli alla scoperta dei presepi storici di Urbino: dall’oratorio di san Giuseppe ci spostiamo a Palazzo Ducale. E non si tratta di un quadro, come si potrebbe pensare. Parliamo di un bassorilievo cinquecentesco, una di quelle decorazioni di cui è ricco tutto il palazzo, dai camini alle finestre, dalle porte ai soffitti. E infatti proprio in un soffitto di una stanzetta al piano nobile si cela una natività. Nell’andito che introduce allo studiolo, se si gira a sinistra anziché a destra, si entra in una minuscola cappellina. È stata realizzata nel ’500 da Guidubaldo II Della Rovere che, volendo porsi come un nuovo Federico, nonostante il suo pessimo carattere e il malgoverno generale, costruì il secondo piano del palazzo (prima assente) e commissionò le decorazioni allo scultore e stuccatore Federico Brandani. Ma nel primo piano tutto ricordava il grande predecessore feltresco, così decise di realizzare la cappellina proprio a fianco dello studiolo, sfruttando lo spessore delle murature. Anche nella cappellina chiamò il Brandani ad eseguire gli stucchi. L’artista optò per uno schema che non contrastasse troppo con le stanze vicine: muri, volta e pilastri sono infatti ricchi di fogliame, fiori, frutta, uccelli, satiri, con numerose foglie di quercia e ghiande ad omaggiare la casata roveresca. Nelle lunette inserì tre scene: Annunciazione, Circoncisione e la nostra Natività. Essendo un bassorilievo, per di più collocato in alto, non è certo particolareggiato come la sua opera maggiore, tuttavia sono ben riconoscibili la capanna sotto cui stanno Gesù, gli animali e Maria. Poco fuori Giuseppe e un pastore che si protende verso il Bambinello in una posa molto simile a quella delle statue dell’oratorio. Questo “bis” di Brandani è un’opera tanto poco conosciuta quanto graziosa.

4. Questa settimana, per la serie di articoli alla scoperta dei presepi storici di Urbino, rimaniamo all’interno di Palazzo Ducale e allo stesso tempo ne usciamo: infatti l’opera qui si trova, ma non è un oggetto che fa parte delle decorazioni o degli arredi originari. È giunto nelle sale del museo nel 1865, quando ancora la Galleria Nazionale non esisteva ed era l’istituto di Belle Arti delle Marche ad occupare il palazzo con un primo piccolo nucleo di opere d’arte. In quell’anno infatti la antica e nobile famiglia dei Mauruzi Della Stacciola, il cui palazzo è tuttora presente in piazza Gherardi (ex tribunale) lasciava allo stato una cospicua donazione di opere d’arte, specialmente manufatti ceramici e di arte decorativa. Tra questi, numerosi piatti, formelle e brocche in maiolica di produzione durantina, splendidamente decorati e istoriati con scene dai temi più svariati. Uno di questi piatti reca nella coppa una bella e ricca raffigurazione della Natività. Si tratta di un piatto fondo in maiolica smaltata, di 28 centimetri di diametro, prodotto ad Urbania nel ’600, probabilmente nella seconda metà. È stata fatta dagli studiosi l’ipotesi che il manufatto sia uscito dalla bottega di Ippolito Rombaldoni, maiolicaro attivo in quel periodo nella città metaurense. Il piatto raffigura in alto una serie di angioletti sulle nubi che si affacciano a guardare verso il basso, dove sopra una cesta di legno rettangolare è adagiato Gesù bambino. Sulla sinistra, Maria e Giuseppe. Al capezzale di Gesù tre angeli oranti, il bue e l’asino. Sulla destra quattro pastori che si tolgono il cappello in segno di rispetto verso il neonato. Tutto il piatto è coperto dal colore, senza spazi liberi. L’opera, come presepe senz’altro particolare, si colloca invece pienamente nella produzione ceramica seicentesca.

5. In questo numero, per la serie di articoli sui presepi storici di Urbino, entriamo nel monastero agostiniano di Santa Caterina, in via Saffi. Nella clausura le sorelle custodiscono un’opera che è unica sia per antichità, sia per bellezza, sia per i materiali di cui è composta. Si tratta di un presepe le cui statuine, peraltro di pregevole terracotta dipinta con vestiti in cartapesta dipinta, costituiscono la parte meno interessante. Infatti tutta la scena (grotta, paesaggio, montagne) è costituita da reliquie di Santi e Martiri (con tanto di sigilli, cartigli col nome e ampolline di sangue), il che al gusto odierno lo può rendere forse un po’ eccentrico, ma certamente ne fa un pezzo unico al mondo, dal valore storico e religioso inestimabile. Tale presepe, racchiuso in una cassa ricoperta di velluto rosso e dipinta all’interno con un finto paesaggio, è stato creato all’inizio del ’700 da artigiani romani ed è giunto ad Urbino nel 1729, precisamente al monastero di S. Benedetto, come omaggio alle monache del card. Annibale Albani, che a sua volta lo aveva ricevuto in dono dallo zio papa Clemente XI. Un’antica cronaca ci informa che “per più giorni fu molta frequenza di persone al monastero al fine di vedere et adorare” questo strano presepe. Collocato sotto l’altar maggiore della chiesa di S. Benedetto (oggi facoltà di economia), alla soppressione del monastero nell’Ottocento fu trasferito nel vicino convento di S. Caterina. L’opera, per quanto riguarda le statuine, si inserisce nell’ambito della produzione romana settecentesca, meno famosa di quella napoletana ma assai raffinata; le reliquie dei martiri invece, tratte dai numerosi scavi che all’epoca si facevano nelle catacombe, sono solo uno dei tanti modi “artistici” in cui venivano riutilizzate, per unire alla venerazione anche la particolarità di un oggetto unico.

6. Il vangelo di Matteo ci racconta come i magi, giunti a Betlemme, vedendo che la stella che seguivano dall’Oriente era ferma sopra una casa, provarono una grande gioia e, una volta entrati lasciarono al Bambino tre preziosi doni: oro, incenso e mirra. Basterebbero queste poche righe per descrivere il soggetto dipinto nel grande quadro posto nel transetto sinistro della chiesa di san Francesco, in alto sopra l’arco che immette nelle cappelle laterali. Ma la scena racchiude anche qualche bizzarra curiosità. Il momento catturato è appunto l’adorazione dei magi, e infatti i tre (come da tradizione tutti in abiti regali) occupano il centro del dipinto. Sulla destra sono dipinti ben cinque personaggi, per lo più ragazzini, facenti parte della carovana che segue i magi. Dietro di loro, due cavalli e due animali simili ma più alti e col muso più corto che dovrebbero essere i cammelli tradizionalmente ritenuti essere il mezzo di trasporto dei magi. Non dimentichiamo che l’autore del quadro, il frate Ambrogio Chelmi (o Chelm), proveniente da Venezia ma di origini tedesche, dipinse l’opera nel 1759 senza probabilmente aver mai visto un cammello dal vivo. Gli abiti dei re magi e dei paggetti sono uno strano miscuglio tra moda “orientale”, vesti e copricapi rinascimentali e il tipico abito da cerimonia del doge veneziano, indossato dal magio in primo piano. A sinistra infine sull’uscio di una casa c’è la sacra famiglia, con vesti e atteggiamenti classici. Interessante inserimento è la cometa, composta da una stella ad otto punte con la coda in direzione di Gesù. È rara la raffigurazione dell’astro nei dipinti, e forse può aver influito l’avvistamento della Cometa di Halley nel 1758, appena l’anno prima. Il dipinto, per quanto poco considerato, è in realtà un quadro che andrebbe maggiormente apprezzato.

7. Nel monastero agostiniano di S. Caterina si nasconde un secondo presepe antico, oltre a quello di reliquie di cui abbiamo già parlato. Si tratta di una natività realizzata in terracotta e dipinta di bianco, con alcune finiture dorate. Per antica tradizione tramandata dalle monache, l’opera è detta “del Brandani”, a causa principalmente del colore bianco e dell’ambientazione con rocce ruvide e spigolose, anche se tutto il resto ha poco di simile al grande presepe dell’oratorio di san Giuseppe. Eppure non è meno interessante: innanzitutto si tratta di un’opera antica, probabilmente del Settecento, di qualche artista plasticatore urbinate, e poi è ricco di interessanti particolari. A iniziare dalla ambientazione, su una base rettangolare poggiano una grotta dal fondo aperto, alberi e casette. Le statuine principali sono fuse con la base, ma diverse altre sono singole e lasciano quindi libertà a chi lo espone di allestirlo a piacimento, cosa rara per l’epoca, in cui un presepe o era un blocco unico, o era composto di sole statuine a cui aggiungere uno sfondo di anno in anno diverso. Altro dettaglio notevole è il ricco corteo dei Magi: oltre ai tre, sono presenti tre cammelli (più simili a dei cavalli) tenuti per le briglie da tre paggetti, aggiunta davvero particolare. Bue e asino sono entrambi in piedi e mobili, separati dal resto della Natività. Pastori, donne con bambini e altri personaggi arricchiscono il tutto nel modo più classico. Altra scelta insolita è quella dell’angelo col cartiglio “Gloria in Excelsis Deo” che sta sulla grotta in posizione prona, quasi colto mentre “plana” sulla scena, la faccia rivolta verso il basso. Con questo articolo si chiude la serie di sette puntate dedicata ai presepi storici di Urbino.

Giovanni Volponi

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