Come un solco già tracciato

Una comunità composita ha salutato – sabato 7 ottobre, nella Chiesa di Sant’Agnese in Rio Salso – l’ingresso del nuovo parroco, don Giuseppe Leone, nell’Unità Pastorale di San Donato in Belvedere Fogliense e  del Corpus Domini in Padiglione. C’erano parrocchiani provenienti non solo dall’Unità direttamente interessata, ma anche dal Porto, da Cattabrighe e da Montelabbate. Una specie di “piatto mare-monti”, ha detto scherzosamente l’Arcivescovo Piero Coccia, a testimonianza dell’affetto e del consenso che don Giuseppe ha sempre ricevuto nel suo ministero.

 

Don Giuseppe. Un consenso, tuttavia, che non può fermarsi alla persona. Lo ha precisato il neo parroco stesso: “Attraverso me desidero darvi Gesù, il vero tesoro prezioso e farò di tutto perché ciascun parrocchiano possa vivere la bellezza e la gioia del Cristo risorto”, “pietra d’angolo”, come ricordava la liturgia, punto ricostruttivo della persona e del mondo. “Proprio perché desidero fare il sacerdote, ha proseguito, non ho intenzione di occupare il posto di voi laici, perché la comunità è di tutti. Perciò chiunque abbia voglia di impegnarsi per costruire il Regno di Dio in questa porzione di Chiesa si faccia avanti”.

 

Don Michele. L’Arcivescovo, dopo aver ringraziato sia don Giuseppe per aver accettato con animo lieto il nuovo incarico sia l’intera Unità Pastorale per aver sempre affrontato con fede varie difficoltà, ha assicurato che ad accompagnare il loro cammino ci sarà sempre l’“insostituibile” don Michele Simoncelli, “un punto di riferimento fondamentale, una grande testimonianza e un aiuto pastorale prezioso, benché le attuali condizioni di salute impongano al suo generoso e fedele impegno un certo ridimensionamento”.Caro don Giuseppe e caro don Michele, ha detto una parrocchiana nel suo indirizzo di saluto, abbiamo bisogno di voi come guide che ci facciano continuamente riscoprire il senso dell’essere figli di questa Chiesa, che ci facciano sentire appartenenti a questa famiglia, che aiutino i giovani ad andare incontro al Cristo a viso scoperto, sapendo che Lui li aspetta con amore di Padre.  La nostra comunità è come una grande famiglia in cui, nonostante le delusioni e le incomprensioni inevitabili, ci si ama, ci si rimprovera, ci si perdona e si cresce insieme nell’amore e nel rispetto reciproco”.

 

Il futuro. C’è, dunque, un solco già tracciato in questa famiglia. C’è una storia da tempo iniziata, un’eredità da raccogliere, per trasformarla in cura pastorale nel presente. Un presente, ha detto l’Arcivescovo, a cui la Parola di Dio indica la strada: quella della “serenità”, della speranza tenace contro la demoralizzazione, perché il Signore ama la sua vigna anche se produce acini acerbi al posto dell’uva; quella della “responsabilità personale”, che non cerca giustificazioni e pretesti per scaricare le colpe sulla comunità; quella dell’“esempio”, per mettere in pratica ciò che si è imparato, ascoltato e visto.E così essere un seme per tutto il territorio in cui il parroco e la sua porzione di gregge vivono.

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