Le brutte parole

Da ragazzini, in famiglia, le definivano ‘brutte parole’ ed in genere avevano una derivazione fecale o sessuale. Assolutamente vietato usarle in casa e a scuola. Poi venne il ’68 e furono almeno in parte sdoganate. Lezione di chimica all’università: la prof. era una signora distintissima e mentre spiegava uno studente si sforzava di capire e chiese: “Ma quell’idrogeno dove ‘caspita’ è andato a finire”? Traducete voi. E noi per metterlo in imbarazzo. “Oooh” Rispose in maniera brillante: “Io parlo la lingua viva”. Anni dopo apparve Sgarbi in televisione ed iniziò ad usare in maniera massiccia e inflattiva quei termini che, a suo tempo, ci avrebbero procurato un ceffone. Nessuno ci trova nulla da eccepire: Lo dicono anche in televisione! Oggi protestano solo gli animalisti quando il critico d’arte usa il termine ‘Capre’ contro i suoi avversari. Il simpatico quadrupede è molto intelligente ed usarlo come esempio di testardaggine e scarsa comprensione è gravemente lesivo della sua dignità.

Più censurabile è stato, per Sgarbi, usare termini poco corretti in un sito istituzionale come quello del Comune di Urbino. Vorrei ricordare che, malgrado le aperture lessicali, esiste ancora una certa differenza fra la lingua scritta e quella parlata e, se è perdonabile mandare in luoghi che non nomino il tizio che per una mancata precedenza ci fa rischiare un incidente, scriverlo nero su bianco diventa un grossolano errore di stile. Ma può essere anche un errore imperdonabile dirlo a voce. Specie se l’avversario è più giovane e più allenato. Le conseguenze possono essere forti, meglio dire: “Forse sarebbe stato più opportuno lasciarmi la precedenza”.

Alvaro Coli

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