“OGNISSANTI” – Sara, Luciano, Manlio e Paolo: quattro giovani pesaresi sulla via del Vangelo

foto grande lazzariI GIOVANI DELLA DIOCESI DI PESARO SULL’ESEMPIO DEL VANGELO

Luciano Lazzari: chiamato alla 

santità sulle orme di don Benzi

 

 

Qualche giorno fa, nella chiesa di Villa San Martino a Pesaro, la comunità parrocchiale ha ricordato Luciano Lazzari nel 40° anniversario della sua morte. Sono passati così tanti anni da allora che molti di coloro che l’hanno conosciuto, oggi non ci sono più. Eppure la straordinaria vita di questo ragazzo risulta di grande attualità. Sorprende la sua amicizia e il legame con don Oreste Benzi, di cui in questi giorni (2 novembre) ricorre l’anniversario della morte. Il parroco di strada che prima di morire lasciò un ultimo biglietto nella sua chiesa con la scritta “Siate santi!”. La testimonianza di fede di Luciano si aggiunge a quella di altri giovani della Chiesa di Pesaro che abbiamo avuto il privilegio di poter raccontare dalle colonne del nostro settimanale. Tra queste la piccola Sara Matteucci, Manlio Fabbro, Paolo Pierucci (vedi in pagina). Una generazione di giovani che ha saputo percorrere la via della santità nella semplicità di tutti i giorni, senza gesti eclatanti ma vivendo il Vangelo sino in fondo.

La storia di Luciano Lazzari si svolge nell’arco di soli 24 anni. Nasce a Pesaro il 2 febbraio 1951 da papà Duilio e mamma Lidia. Una famiglia profondamente cristiana di cui fanno parte altri tre fratelli: Daniele, Massimo e Marco. Vivono nel quartiere di Villa San Martino e frequentano l’allora nascente parrocchia guidata da mons. Franco Tamburini, che sarà poi vicario generale della diocesi di Pesaro. Fino all’età di 10 anni la vita di Luciano scorre come quella di tutti i bambini: scuola, giochi, famiglia. Nel fine settimana il catechismo e il servizio a Messa come chierichetto. Poi un leggero zoppicare dà inizio ai successivi 14 anni costellati di interventi chirurgici che lo portano ad una quotidianità vissuta in carrozzella e poi nel letto. Accanto alla sofferenza emerge in lui una profonda accettazione sostenuta dalla preghiera e da una fede incrollabile. Una iniziale diagnosi di sospetta poliomielite, quindi un intervento alla schiena per una sospetta costrizione del midollo spinale. In seguito alcuni interventi chirurgici al “Rizzoli” di Bologna per allungare i tendini delle articolazioni delle gambe che, altrimenti, rischiavano di non potersi più estendere. Poi un ricovero al “Malpighi” per la rieducazione vescicale e un lungo periodo a Torre Pedrera (Rimini) nel centro di riabilitazione “Sol et Salus”. Ed è qui che conosce don Oreste Benzi che proprio in quegli anni sta fondando l’associazione “Papa Giovanni XXIII”. Un legame che rimarrà come un dono prezioso per tutta la sua breve vita. E’ don Benzi a chiedergli più volte di portare la sua testimonianza di fede nella chiesa della Grotta Rossa di Rimini. Oggi secondo Paolo Ramonda, successore di Don Benzi alla guida della “Comunità Papa Giovanni XXIII” «Luciano ci insegna che la croce portata con Cristo diventa feconda e luminosa anche dopo tanto tempo. Sono molto felice – aggiunge Ramonda – che don Oreste lo abbia incontrato più volte, sicuramente quell’invito alla santità quotidiana nella condivisione con i poveri  che ci faceva è stato arricchito dalla testimonianza bella di Luciano». 

In quegli anni la casa di Luciano a Pesaro si riempie di tantissime persone che vanno da lui «come alla scuola di Cristo». Tra questi anche tanti sacerdoti e don Benzi con i suoi ragazzi che gli rimarranno vicini fino all’ultimo. Sul Nuovo Amico del 1977 viene pubblicata una pagina di ricordi scritta da Anna Maria Giampaoli per la memoria del secondo anniversario della morte. Si legge tra l’altro: «Vedi Anna Maria, io soffro molto e lo sento, però faccio di tutto per sopportare, per meritarmi il Signore, perché i giovani credano in Lui, perché i sacerdoti siano come vuole Cristo. Devo e voglio fare la Sua volontà, per me e i miei cari chiedo solo la forza di arrivare fino in fondo». La sua religiosità non aveva alcunché di eclatante. Non era infrequente che, parlando con le persone che di volta in volta lo accompagnavano spingendo la carrozzina, dicesse: «Tu bisogna che fai la tua strada». Non si lamentava mai e diceva sempre che stava bene. «Il suo volto – ricorda il fratello maggiore Daniele – era atteggiato al sorriso, tra l’ironico, il divertito e il comprensivo. Poco prima di morire mi disse che avrebbe voluto fare un salto in via Branca per vedere le luci di Natale…».  Dopo anni di calvario i medici finalmente giungono alla vera diagnosi. Si tratta di un tumore ma ormai sono trascorsi troppi anni ed è inoperabile, con metastasi diffuse ovunque. Luciano perderà anche la vista. Deve così rinunciare alla lettura dei libri che molto amava ed ai piccoli lavoretti di orologeria e radiotecnica. Ma in questa progressiva agonia è capace sempre di mantenersi fedele al Signore. «Non ha sopportato la malattia – dice oggi mons. Franco Tamburini – ma piuttosto ha scoperto tramite questa, la sua vocazione grazie anche all’aiuto di don Benzi che a Pesaro era di casa in quegli anni. In parrocchia è stato di esempio straordinario per i giovani e per tutti». Nonostante siano passati tanti anni la voce del suo vecchio parroco è ancora commossa nel ricordare i viaggi a Lourdes con la sezione Unitalsi di Pesaro. «Eppure non ha mai chiesto la Grazia per sé – prosegue mons. Tamburini – diceva piuttosto che quella era la sua vita e così l’ha vissuta come un servizio alla comunità parrocchiale e alle tante persone che lo incontravano». Il 14 marzo 1975 Luciano torna alla Casa del Padre a soli 24 anni. Di lui restano alcuni scritti che testimoniano il suo percorso vocazionale. Come il piccolo tema, realizzato in quinta elementare dal titolo “Che cos’è la vita?”: «La vita è come un viaggio in treno in cui c’è una partenza, che è la nascita, poi la ricerca di un posto a sedere, molte volte trovatolo ci si accorge che è scomodo, altre volte non lo si trova affatto e bisogna restare in piedi, pazientare, ci si sente accaldati fra tanta gente. Comunque tutto questo il viaggiatore lo sopporta perché sa che l’arrivo non è lontano, sopporta per la felicità di sapere che arriverà. Ed è questo che io intendo per definire la vita, un viaggio, un passaggio, che non sempre è comodo, con i suoi dolori e le sue gioie, ma che dà la certezza di arrivare ad una meta, e per meta essendo cristiano intendo il raggiungimento ed il congiungimento con Cristo». Poco prima di morire scrive: «E al ciel, lo sguardo mio lascio volare verso Dio, per ringraziare delle gioie e del dolore che ogni dì, con tanto amore, Ei mi manda».

Roberto Mazzoli

FOTO GRANDE PIERUCCIPaolo operaio della carità

Il 23 maggio 2014, dopo aver combattuto con coraggio e grande fede contro un tumore per quasi quattro anni, Paolo Pierucci tornava alla Casa del Padre. Era nato il 23 novembre 1962 a Osteria Nuova di Montelabbate (Pesaro). Dall’età di nove anni vive a Montecchio dove frequenta la parrocchia sotto la guida di don Roberto Matteini, prima, e don Orlando Bartolucci, poi. A diciannove anni fa la prima esperienza di pellegrinaggio con l’Unitalsi, in quell’occasione a Loreto. Si iscrive alla facoltà di medicina. A metà degli anni ’80 il suo incontro con la Comunità di via del Seminario e con don Gianfranco Gaudiano. Lavorerà presso la comunità terapeutica per il recupero di tossicodipendenti di Gradara e, nel 1993 insieme a don Gaudiano, fonda “Casa Moscati” per le persone con aids. Si sposa con Cristina nel 1997 ed ha due figli. Anche negli anni della malattia si è sforzato di vivere lo spirito della condivisione e dell’offerta senza calcoli e senza misure. Lo ricordiamo qui con un passaggio della sua “Preghiera per un niente” scritta ad appena 20 anni. «Concedimi, o Signore, di essere TUO strumento, concedimi il dono della sapienza e della carità, perché possa farmi dono senza limiti, senza “basta” fino all’esaurimento. Signore non sono degno di te, sono un niente… Prendimi Signore, serviti di me e poi … buttami».

 

manlio fabbroManlio e i suoi 33 anni

Manlio Fabbro rinasce al Cielo il 19 agosto 1999 a soli 33 anni. Era nato in Madagascar il 9 agosto 1966. A Pesaro giunge quando ha appena 6 anni insieme a mamma, papà, due sorelline e un fratellino e si prepara alla Prima Comunione presso la parrocchia di Villa S. Martino con il desiderio – ricorda la sua catechista – “di assomigliare a Gesù”. Manlio è un grande appassionato di sport e si fa notare nella Vis Pesaro. Si iscrive all’Isef di Urbino dopo la maturità all’Istituto Tecnico Commerciale. Si trasferisce a Villa Fastiggi ed è subito attivo in parrocchia e nel volontariato. Nella sua vita mette al centro la S. Messa quotidiana, la preghiera e l’Adorazione Eucaristica. Nel 1993 gli viene diagnosticato un tumore al cervello e i medici non gli danno più di 4 mesi. Manlio ha 27 anni ed è consapevole di tutto eppure non rinuncia a dedicarsi agli altri. Si iscrive ad alcuni corsi come operatore sociale e alla scuola interdiocesana per animatori dei giovani. Nei sei anni di malattia affronta tre interventi chirurgici e otto cicli di chemioterapia rimanendo sulla sedia a rotelle. Il 15 novembre 1998 emette la professione perpetua nell’ordine Francescano Secolare ed offre le sue sofferenze per la redenzione dei giovani. Per essere ancora più simile a Cristo esprime il desiderio di poter morire a 33 anni e così avviene appena nove giorni dopo il suo compleanno. Nel diario che ha lasciato si legge tra l’altro: «Sto provando a superare questo “momento” come ci è riuscito Gesù ma se Lui mi vuole sono pronto». Nel 2009 la parrocchia di Villa Fastiggi gli ha intitolato l’oratorio dei ragazzi.

 

foto grande sara matteucciSara e il “Panino di Gesù”

«Io non posso perdere neppure per un giorno il panino di Gesù». Così si esprimeva la piccola Sara Matteucci che, a soli sette anni, aveva già compreso il miracolo dell’Eucarestia. Secondo Fratel Dino De Carolis, della Congregazione dell’Istruzione Cristiana di Ploërmel, che ne sta studiando la biografia, «la sua vicenda presenta incredibili analogie con quella di Nennolina, la Venerabile Antonietta Meo». Sara nasce a Padiglione di Tavullia vicino a Pesaro, il 6 maggio 1978. Nel maggio del 1983 si ammala improvvisamente per un tumore di Wilms. Prima dell’intervento a Bologna, mamma Anìce e papà Angelo la affidano alla preghiera dell’Opera don Orione di Fano. Anche se i medici sono ottimisti, Sara inizia subito a parlare del Paradiso «perché – dice – in Cielo vorrei andare ora che sono bella». Nei tre anni di malattia la salute si aggrava in maniera devastante. Inizia la scuola elementare ma per lei il momento più bello è quando a Messa vede i genitori accostarsi all’Eucarestia. Ormai pensa solo al giorno in cui potrà ricevere il “Panino di Gesù”. La Prima Comunione sarà nella stanza della pediatria con il suo nuovo parroco don Roberto Sarti che da allora le porterà la Comunione tutti i giorni. Una sera sta malissimo e chiede se è ora che arrivi il “Panino di Gesù”, è preoccupatissima e piangendo dice: «Mamma ti prego dammi una pasticca cattiva così mi fa vomitare prima che ho preso Gesù». Gli ultimi giorni di vita sono strazianti ma lei non si lamenta mai e consola tutti dicendo che sta bene. Il 27 gennaio 1986 Sara sale al suo amato Cielo. In suo ricordo nasce nella missione Orionina di Barranqueras in Argentina, un villaggio di ben 19 case per i poveri. Una gara di solidarietà che continua ancora oggi.

a CURA DI Roberto Mazzoli

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