Nel libro di Galli la disputa con Volpini

Image_2NEL NUOVO LIBRO DELLO STORICO GALLI LA DISPUTA CON VOLPINI

Monte Casale: l’ultima pagina di guerra

di Roberto I. Zanini

Sentii conficcarsi a terra, accanto alla mia testa, una, due fucilate. Mi spostai rotolando e ancora uno, due colpi. Ce l’avevano con me. Intanto avevo intravisto la postazione dalla quale sparavano… A destra due americani avanzavano… Gridai a quello davanti: ‘Giù Paisà…’. Facevo segni disperati… Non feci in tempo a gridare ancora che vidi l’elmetto schizzare e il soldato cadere di peso… Non mi sono mai rassegnato di non essere riuscito a salvare Robert dalla sua morte assurda».

A scrivere è Valerio Volpini, intellettuale cattolico di Fano, direttore dell’Osservatore Romano, morto nel 2000 a 77 anni. Una breve testimonianza sul numero 22 di Famiglia Cristiana del 1996.

«S’intitolata ‘A ogni 30 aprile’. Un articolo nato per dire di quella «perdita», avvenuta il 30 aprile 1945 nella battaglia di Monte Casale, che l’autore (aveva 22 anni) non riesce a dimenticare. Qualcosa di apparentemente innocuo, che però avvia una polemica con lo storico Lodovico Galli, tale da far comprendere come anche un piccolo fatto di guerra (di quella guerra), letto da punti di vista opposti assuma significati contrastanti. Quel breve scambio di ‘lettere al direttore’ è stato ripreso dallo stesso Galli in una raccolta di testi editi e inediti intitolata “Pagine libere sulla Repubblica sociale italiana” (Trento, pagine 192, euro 15) in cui pubblica l’articolo di Volpini, la sua critica e la risposta del giornalista. Quella di Monte Casale, cinque giorni dopo la resa dei tedeschi, viene considerata l’ultima battaglia su suolo italiano della Seconda guerra mondiale. Siamo nei pressi di Ponti sul Mincio (Mantova), già teatro di scontri nella Prima guerra d’indipendenza (1848). I partigiani del Corpo italiano di liberazione, IX Reparto d’assalto della divisione Legnano, al quale appartiene Volpini, sono ingaggiati dagli americani nell’assalto a una postazione tedesca che non vuole arrendersi.

Secondo Lodovico Galli si trattò di un’operazione «assurda», che poteva essere evitata. I tedeschi, spiega nella lettera a Famiglia Cristiana, avevano ricevuto ordini di arrendersi solo a truppe regolari e «se invece di andare all’assalto si fosse proceduto con più cautela informando della presenza di soldati in divisa sicuramente si sarebbero arresi». Poi ricorda del buon comportamento che alcuni di quei tedeschi avevano avuto con la popolazione di Ponti sul Mincio e con lui, allora bambino di dieci anni. «C’era pure il mio amico Henri. Anche per lui una morte assurda sul Monte Casale. Non parliamo delle uccisioni criminali di militari germanici dopo la battaglia. Li misero sotto terra fuori dal cimitero di Ponti sul Mincio come fossero cani!».

Volpini risponde: «Io e lei su quel tragico frammento di realtà potremmo scrivere un romanzo… Ho visto un partigiano in agonia e la sorella urlare il proprio dolore. Un soldato mi ha raccontato dell’uccisione di due tedeschi, uno di questi aveva pregato: ‘Sei tu cristiano, non uccidere…’. Voglio però dirle che i tedeschi sapevano che erano di fronte a soldati. Si arresero solo quando il loro ufficiale venne ferito… Fu preso in consegna dagli americani. Anche i due che salirono sulla mia cingolata ‘brencar’ per essere condotti a Brescia. Subito funzionò la pietà… Senza dimenticare che la guerra chiusa il 25 aprile era stata contro la mostruosa follia nazista».

Il botta e risposta su Famiglia Cristiana termina qui. Sul libro, però, Galli si riserva «alcune considerazioni». «Avrà certamente ragione Volpini quando scrive che i tedeschi sapevano di avere di fronte dei soldati. Ma sapevano anche che due di loro arresisi furono uccisi, come scrive Volpini… Il giovane comandante era ferito ma vivo. Lo eliminarono nel rifugio. Si è scritto che fu portato in ospedale… Lo seppellirono invece fuori dal cimitero…». Parole che confermano quanto sia ancora difficile, a 70 anni di distanza, trovare letture condivise sui fatti di quei 20-21 mesi di storia italiana che seguirono l’8 settembre del 1943. (L’articolo è stato gentilmente concesso da Avvenire)

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