I TINTORETTI – Una favola di Natale dal Carcere di Pesaro

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Una favola di Natale dal carcere di Pesaro

Dalla valle dell’Arcobaleno, alle pendici del monte Tempera, proveniva una colorata e numerosa comunità di folletti nomadi, ai quali il saggio Faber aveva affidato il compito di colorare la natura all’avvicendarsi delle stagioni. In comune con gli altri folletti che popolavano il sottobosco, avevano solo la piccola statura, per il resto il loro corpo somigliava ad un pennellino. Ai lati spuntavano braccia e mani ed in basso due piedini assai sporgenti. Ma la vera particolarità stava nella capigliatura. I loro capelli avevano la consistenza delle setole per pennelli ed erano lunghi e morbidi per le follette, mentre per i folletti erano folti e duri, inoltre non crescevano in lunghezza ma si rigeneravano continuamente producendo una sostanza colorata secondo la gamma fondamentale dei colori: rosso, giallo, blu. Quando si rendeva necessaria una tinta intermedia, si abbracciavano stretti stretti, intrecciavano i loro capelli, ed ecco la tinta richiesta. Era la comunità dei Tintoretti. Si spostavano con una tintinnante carovana di piccoli carretti ricavati da scatole di biscotti, confezioni di merendine, lattine di Coca-Cola, che gli umani nei loro pic-nic domenicali o durante le passeggiate nei boschi, gettavano via senza alcun rispetto per la natura, i folletti provvedevano così alla raccolta dei rifiuti ed al loro riciclaggio. Quando raggiungevano il luogo di lavoro, la porzione di bosco da colorare, si accampavano negli anfratti delle radici delle grandi querce ed attendevano il tramonto, muniti di lanterne ricavate nelle ghiande e con l’ausilio delle lucciole.

I Tintoretti evitavano di lavorare di giorno, per non rischiare di finire travolti e schiacciati dalle grosse scarpe dei turisti o peggio ancora catturati dai cacciatori o dai cercatori di funghi. Con estrema agilità, data la corporatura snella, si arrampicavano sui tronchi, sui rami e sulle foglie, poi con una capriola, da veri acrobati, si disponevano a testa in giù, facendo perno sulle loro piccole ma efficaci mani e cominciavano a colorare.

Il lavoro procedeva bene, l’autunno avrebbe presto lasciato il posto all’inverno. Mancavano pochissimi giorni al Natale e dovevano terminare il loro lavoro prima che una improvvida nevicata impedisse ai colori di asciugarsi, sciogliendosi in rigagnoli colorati.

Procedevano verso l’ultimo tratto di bosco quando, a sbarrargli il passo, trovarono un alto muro di recinzione. Era un muro grigio e tetro.

In alcuni punti il rivestimento si era distaccato ed alla base, una muffa di colore verde maleodorante, risaliva verso l’alto descrivendo brutti disegni grafici. Perplessi e disorientati si guardavano l’un l’altro come a chiedersi: adesso cosa facciamo? Rimasero un bel po’ di tempo a decidere il da farsi. Avevano anche il timore di non poter portare a termine il compito che gli aveva affidato il saggio Faber, raggiungere l’Abete Bianco al limitar del bosco ed addobbarlo a festa per il 25 dicembre. La punta dell’Abete Bianco si intravedeva proprio al di là del muro. Mai avrebbero disatteso il comando dell’amatissimo Faber. Decisero così di ispezionare il perimetro esterno del muro, sino a giungere innanzi ad un enorme portone in ferro arrugginito. Come fare dunque per entrare? Non restava altro – pensarono risoluti che scavalcare il muro. Si disposero in modo da formare una scala a pioli.

Un drappello di Tintoretti si sarebbe calato al di là del muro per ispezionato l’area sino all’Abete Bianco.

Così fecero ed una volta raggiunta la cima del muro di cinta, videro un edificio grigio con sbarre alle finestre. Un enorme cubo di ferro e cemento, nel mezzo di questo cubo si ergeva l’Abete Bianco, che Faber si era tanto raccomandato di rendere bello e festoso.

Ma per quale motivo ci teneva così tanto a quell’Abete Bianco? In ogni caso si avrebbero obbedito. Mentre organizzavano il da farsi, la terra cominciò a sussultare, facendo pericolosamente traballare la scala a pioli formata dai Tintoretti. Il terreno continuava a sussultare con un ritmo crescente e con un rumore sordo sempre più intenso e sempre più vicino, come dei passi di un enorme creatura.

Una gigantesca ombra veniva proiettata dalla luce di una grande torcia di fuoco tenuta nella mano destra da un orso maestoso, dal pelo nero e lungo che lo avvolgeva come una toga.

Non aveva un aspetto cattivo, piuttosto un’aria triste ma tanto triste.

«Cosa fate voi qui? Chi vi ha mandato?» Balbettando e farfugliando dalla paura i Tintoretti risposero in coro come a darsi coraggio: «Ci manda Faber». «E non vi ha detto – replicò l’orso – che oltre questo muro, rinchiusi in quell’edificio ci sono degli umani cattivi che hanno disobbedito persino a chi vi manda? Il vostro lavoro termina all’esterno di queste mura. Qui non ci sono colori, non ci sono feste … purtroppo». Ed emise un sospiro di rassegnazione. «Io sono stato incaricato di rinchiudere e sorvegliare questi Kattivoni, e vivo in quella misera garitta dell’edificio, fredda, spoglia e grigia». Riassumendo il tono aggressivo della voce disse: «Tornate al monte Tempera da Faber e riferite il mio nome: Lex, sono l’Orso Lex». Un gruppetto di Tintoretti prese la via del ritorno per riferire quanto fosse accaduto, gli altri si accamparono fuori dalle mura in attesa.

Udito ciò che i Tintoretti gli avevano riferito, Faber, con tono pacato, disse loro: «tornate dai vostri compagni e cominciate a dipingere murales e graffiti di pace e serenità lungo le mura esterne, poi sulla via del ritorno raccogliete quanti più frutti di stagione troverete e fatene dono da parte mia all’Orso Lex. Ricordategli infine, che io sono la giustizia divina, quella che perdona e non abbandona chi soffre per aver peccato, dunque anche lui mi deve rispetto ed obbedienza, poiché le leggi degli umani di certo non possono essere contrarie alle mie leggi». Una volta pronunciate queste parole, il portone si aprì ed un sorriso di gioia e riconoscenza finalmente illuminò il volto dell’orso Lex. Proseguirono a tinteggiare l’edificio di ferro e cemento, mentre mille occhi curiosi sbirciavano da dietro le sbarre. Era il 24 dicembre mancavano poche ore al Natale. Rimaneva da addobbare l’altissimo Abete Bianco, ci sarebbero volute molte ore di lavoro ancora. I Tintoretti erano abili pittori ma pur sempre piccoli di statura. 

Mentre si disperavano su come fare, l’orso Lex, intuito il problema, si avvicinò a loro, gli tese il grosso palmo della zampa e li fece salire a gruppi, adagiandoli alle varie altezze.

L’Abete Bianco assunse presto mille colori festosi e sgargianti. Pochi minuti prima della mezzanotte l’orso Lex aveva lasciato uscire nel cortile tutti i Kattivoni che si erano disposti in circolo ai piedi del grande Abete Bianco.

Purtroppo le minuscole lanterne di ghiande e lucciole dei Tintoretti non bastavano a far luce ma allo scoccare della mezzanotte accadde un fatto incredibile.

Una gigantesca fiamma composta da centinaia di stelle andò a posarsi sulla cima dell’Abete Bianco. I volti dei Kattivoni furono rischiarati dalla luce e presero ad abbracciarsi felici come non mai, iniziando ad intonare canti di Natale.

Qualcuno vide una lacrima scendere dalle ciglia dell’orso Lex, che andò ad unirsi a quelle di gioia dei Tintoretti.

Le mura grigie improvvisamente si sciolsero in un fiume di colori. Era la mezzanotte di Natale.

Fiaba ideata dalla redazione di “Penna Libera Tutti” (Mensile del carcere di Villa Fastiggi – Pesaro)

Illustrazione di Scoda

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