Andate e fate discepoli tutti i popoli

art 2 testimonianze

Scrivere la testimonianza sulla Giornata Mondiale della Gioventù  a Rio de Janeiro non è facile. Abbiamo vissuto un turbinio di immagini, sensazioni, sentimenti, emozioni, suoni e quant’altro davvero coinvolgente e in breve tempo. Raccontando si rischia sempre di diminuire e di tralasciare molte cose … ma vale la pena tentare. Per questo cercherò solo di tratteggiare quelle immagini che mi hanno maggiormente colpito e toccato e che conservo bene nella mente  e nel cuore. I Vescovi ci hanno esortato ad essere testimoni di Gesù, testimoni felici, di una fede viva, legata alla vita, semplice. Io Gesù non l’ho visto a Rio con gli occhi umani, ma l’ho intravisto con gli occhi della fede. L’ho visto nei giovani di tutto il mondo che sono arrivati a Rio cantando, ballando, ridendo nel Suo nome. L’ho visto nella fede della gente che faceva ressa per vedere il papa, o anche solo per toccargli la tonaca. «Se riuscirò anche solo a toccargli il lembo del vestito sarò salvato» (Mt 9,21) diceva l’emorroissa nel Vangelo. L’ho visto nello sguardo commosso e nella voce forte e amorevole dei nostri vescovi durante le catechesi della mattina. Ho visto in loro una forza e una determinazione che ci hanno trasmesso, commuovendoci, e provocandoci. L’ho visto nel parlare con i brasiliani e nel capirci con un linguaggio internazionale che è quello dell’accoglienza e dell’amore. L’ho visto nell’unione tra noi giovani, nel modo in cui abbiamo affrontato le contrarietà: senza lamentele o invettive magari per la doccia fredda, o il dormire per terra.

L’ho visto nella persona del papa, a Copacabana, quando parlava con una forza superiore antiche parole ma divenute improvvisamente moderne. L’ho visto quando il papa ha scelto i poveri, quando ha riservato l’abbraccio agli ultimi e, invece, la stretta di mano ai potenti. L’ho visto nel sole tornato a risplendere meravigliosamente per la veglia, dopo una settimana di pioggia. L’ho visto negli amici protestanti della missione a Recife che ci sono venuti a prendere nel cuore della notte e ci hanno offerto colazione alle tre di mattina. L’ho visto nelle favelas e negli occhi di gente che vive giorno per giorno, ma felice, sorridente. L’ho visto nel carcere minorile …  a Gesù. Era dietro le sbarre per aver spacciato e per violenza. Ci aspettava per sorriderci e ci ha ringraziato della visita. «Ero in carcere e mi avete visitato» (Mt 25,36). L’ho visto nella famiglia che ci hanno ospitato e nelle loro lacrime alla nostra partenza. Ci hanno detto che provavano Saudade, una parola difficile da tradurre in italiano. E’ la nostra “nostalgia” per una persona che partirà o è partita, ma allo stesso tempo è la gioia di sentirla nel cuore, presente e viva. L’ho visto nella loro ospitalità, nei sacrifici che hanno fatto per darci una casa, per condividere la loro casa, già troppo angusta per la  loro famiglia di quattro persone ma non per il loro cuore, capace di accogliere e più grande dei muri. L’ho visto nella figura di dom Helder Camara, il vescovo dei poveri, a Recife, nel Nord- Est del Brasile. Questo vescovo dormiva in una stanzetta dietro la chiesa, viveva poveramente, trattava il povero come il ricco anzi…ancora meglio. Quattro  volte candidato al Nobel per la pace ma osteggiato dal governo brasiliano che non riteneva opportuno quel riconoscimento. «Quando aiuto un povero dicono che sono santo, quando chiedo perché c’è la povertà mi danno del comunista» diceva questo piccolo vescovo che gridava contro le ingiustizie in francese e che ha influito non poco al Concilio Vaticano II nella scelta della chiesa a favore dei poveri.

Testimonio che ho visto Gesù ma che l’ho visto dove lui stesso ci ha detto di vederlo e ci ha garantito di trovarlo: in ogni uomo e in ogni donna che soffrono, che hanno bisogno. La cosa più bella è che abbiamo ricevuto tutti noi giovani “missionari” molto di più di ciò che abbiamo dato. Per questo raccontiamo ma non troviamo molte parole, balbettiamo qualcosa ma spero abbiate colto il senso. Il mandato del papa a noi giovani era: «andate e fate discepoli tutti i popoli». Riassumendo si può dire: andate, senza paura, per servire. Andate, uscite da voi stessi , uscite dalla vostra sicurezza, da ciò che vi da tranquillità. Questo è il momento di lottare, allenarsi, portare e cercare il Regno di Dio. Senza paura. La paura viene a chi parla di sé, a chi deve difendere una propria reputazione. Noi siamo ambasciatori, portavoce. L’unico insuccesso del discepolo è il non andare ad annunciare, il restare a casa, il sotterrare il talento ricevuto, per usare la famosa parabola dei talenti in Matteo (Mt 25, 14-30). Infine «per servire», ci ha detto il papa. Tutto questo sembra davvero troppo grande, troppo difficile, troppo alto. E’ stato il mio primo pensiero. Poi, guardandomi attorno ho visto i fratelli, la comunità, la chiesa … e  ho capito che insieme ci si può anche provare.

Francesco Violini

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