Omelia dell’Arcivescovo Coccia per le esequie del diacono Cesare Ceccolini

cesare

1. La notizia della scomparsa del Diacono Cesare, nonostante fosse un dato prevedibile per lo stato di salute in continuo peggioramento, ha provocato in tutti noi l’esperienza del vuoto e del disagio interiore, per il distacco di una persona cara a cui tutti abbiamo voluto un gran bene, per la perdita di un amico con cui molti di noi hanno condiviso un tratto di strada della vita segnato dal dolore e dalla gioia e per la scomparsa di un diacono fedele nell’appartenenza alla sua chiesa, nella missione a lui affidata e nel servizio a lui chiesto in vari ambiti. Ma ogni forma di disagio, specie quello interiore, non chiede “accomodamento” ma “superamento”. Il vuoto esige di essere colmato. Di fronte alla morte chi può allora venirci in soccorso? E’ un dato di fatto che gli elementi umani, l’affetto per quanto intenso, il ricordo per quanto vivido, la consapevolezza di aver fatto quanto a noi era possibile ed altro ancora, non sono sufficienti, anzi dimostrano tutta la propria fragilità.
Di fronte alla morte di una persona cara e allo scompenso da essa prodotto, si può essere sostenuti solo ed unicamente dalla fede nel Signore Risorto. Noi credenti in forza di questa fede siamo dei privilegiati perché abbiamo una certezza inscalfibile: oltre la morte c’è la vita. Tale certezza non è utopia, ma profezia. Il Cristo è Signore della vita e della morte e lo ha dimostrato. E’ quanto ci sta ricordando la liturgia di questo tempo pasquale. Ma è anche quanto ci stanno dicendo i testi biblici ora proclamati.
2. 1 Il testo del libro della Sapienza (3, 1-9) così si esprime: “Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici”.
Queste parole non solo ci confortano ma ci danno quella certezza desiderata dal cuore umano. Anche dal cuore di Cesare.
2.1 Il brano della lettera di Paolo ai Romani (14, 7-9. 10-12) contiene poi una lapidaria affermazione che non ammette dubbi: “Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi”. Paolo può dire ciò per esperienza diretta. Lui ha sperimentato il Signore Risorto. Cesare ha incontrato il Risorto.
2.3 Il Vangelo di Giovanni (6, 37-40) ci riporta le parole stesse di Gesù: “Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo lascerò fuori perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno”. Cesare, come ogni creatura, non è persa con la sua morte, ma risuscitata e cioè è nella pienezza della vita che è quella eterna.
3. Fin qui la certezza di noi credenti con cui affrontare il dramma della morte.
Ma mi è caro aggiungere un’altra riflessione che in noi provoca la morte di ogni persona, ma soprattutto di quelle persone che abbiamo conosciuto a fondo, che abbiamo stimato e che abbiamo amato.
Grazie al quel processo di relazionalità che segna la condizione umana dal suo nascere al suo morire, tutti ci rendiamo conto che noi viviamo consapevolmente o inconsapevolmente di “comunicazione”.
Sta di fatto che nella relazione noi comunichiamo agli altri quello che siamo, oltre quello che facciamo. Nella relazione si compie una comunicazione che ci coinvolge inevitabilmente sia nell’atto generativo, perché ognuno di noi comunica agli altri per quello che è, come anche in quello recettivo perché ognuno rimane segnato dagli altri per quello che sono.
Questa esperienza di relazione comunicativa ci ha coinvolti e continua a coinvolgerci anche nel rapporto che abbiamo avuto con il Diacono Cesare. Da qui la domanda: ma in che cosa Cesare ci ha contagiati? In che cosa ci ha segnati? Cosa ci ha comunicato?
Come sempre le risposte possono essere tante e differenziate, poiché ognuno di noi ha avuto con Cesare un rapporto tipico legato alla nostra persona e alla sua persona, per di più storicamente ed esistenzialmente situato. Forse è questo rapporto che maggiormente rimane vivo in noi.
A me Arcivescovo piace però focalizzare la figura e la vita di Cesare come “dono” di Dio alla chiesa che è in Pesaro non solo come battezzato, come giovane impegnato nelle associazioni cattoliche della nostra Arcidiocesi, (l’AC e l’UNITALSI), come animatore di esperienze ecclesiali, ma soprattutto come Diacono della chiesa locale che ha lasciato a tutti noi un grande patrimonio spirituale: quello della testimonianza della triplice diaconia della ”Contemplazione”, della “Comunione” e dell’ “Azione”.
4.1 La prima forma di diaconia che Cesare ci lascia in eredità è certamente quella della “Contemplazione”. Cesare è stato l’uomo dell’Eucaristia che non solo ha servito ma di cui si è nutrito e da cui si è lascito plasmare. Cesare è stato uomo di preghiera a cui dedicava tempo nella liturgia delle ore, nell’adorazione eucaristica, nella recita del Rosario ed in altre forme ancora. Cesare è stato uomo della parola di Dio non solo ascoltata, ma rielaborata nel silenzio del cuore e vissuta nelle esperienze della vita. Aggiungo che questa parola di cui si alimentava, Cesare la cercava, forse la inseguiva. Un esempio per tutti.
4.2 Ma vado oltre. Un’altra forma di diaconia che Cesare ci ha indicato è stata quella della “Comunione”. Una comunione teologale che diventava comunione ecclesiale vera. Lo dimostra il suo rapporto sempre positivo, costruttivo e generoso con tutti, specie con il presbiterio, i religiosi, le religiose, con le varie realtà della chiesa locale. Era questa comunione che lo guidava nella valutazione delle persone e delle situazioni come anche nelle scelte concrete.
Era ancora questa comunione che lo portava a cercare soluzioni condivise di fronte a problemi da affrontare o a progetti da attuare.
Anche con l’Arcivescovo ha vissuto la diaconia della comunione proponendo, quando ne era richiesto, soluzioni ma rimettendosi sempre alla sua volontà con delicatezza e disponibilità, facendo prevalere sempre l’interesse del bene ecclesiale su quello particolare.
4. 3 Ma Cesare è stato anche l’uomo della diaconia dell’”Azione”. Portato per suo temperamento ad agire nel concreto e dotato di capacità organizzative e gestionali, ha vissuto la diaconia dell’azione in vari settori della vita della diocesi, dimostrando competenza, affidabilità ed amore alla comunità. Tanti sono i servizi che ha reso alla nostra chiesa sul piano operativo. Ne accenno alcuni. Come non ricordare il suo amore per la Casa per Ferie “Villa Bacchiani” a Pozza di Fassa a cui era tanto legato? Come non evidenziare la passione per “Casa P. Damiani” che lo ha visto confondatore e primo Direttore appassionato e motivato? Come dimenticare la sua dedizione incondizionata alla mensa che lo portava ad avere un’attenzione per tutti e per ciascuno e a far sacrifici non indifferenti perché, come diceva lui, la macchina doveva camminare? Come sottacere la sua dedizione nella impegnativa gestione di “Villa Borromeo”, dove anche di fronte ad emergenze che avrebbero preoccupato chiunque, reagiva con “ Non si preoccupi”, “Tutto a posto”? Frasi accompagnate da un garbato e dolce sorriso. Alle parole corrispondevano i fatti.
Immersi nell’Eucaristia che stiamo celebrando rendiamo grazie al Padre attraverso Cristo e nello Spirito per questo dono che ci è stato dato nella persona del diacono Cesare. Ma cogliamo anche la sollecitazione giunta a noi dalla sua testimonianza per essere una chiesa profondamente impegnata nella diaconia della contemplazione, della comunione e dell’azione.
A nome dell’Arcidiocesi ringrazio tutti coloro che hanno voluto bene a Cesare e lo hanno anche gratificato con i sentimenti dell’amicizia e con quelli della stima.
Un ringraziamento particolare lo rivolgo a tutte quelle persone che lo hanno seguito e confortato nella sua malattia.
Un ringraziamento sentito lo esprimo a tutti i suoi familiari che si sono presi cura e premura di Cesare sofferente.
Chiudo con una raccomandazione: preghiamo il Padrone della messe perché mandi nuovi operai per la sua messe.
Ma aggiungiamo anche la preghiera a Maria Santissima Assunta in cielo, a cui questa chiesa cattedrale è dedicata e a cui Cesare era tanto legato perché interceda presso il Signore affinchè doni la giusta ricompensa al suo servo fedele.
Sia lodato Gesù Cristo.
+ Piero Coccia
Arcivescovo

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Omelia in occasione delle esequie del Diacono Cesare Ceccolini
Pesaro, Basilica – Cattedrale, 13 aprile 2013

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