All’inferno ho ritrovato Dio

Ci sono persone che vedono il carcere come un semplice istituto di pena nel quale vengono buttati disordinatamente tossicomani, rapinatori, psicotici ed omicidi. Questa concezione, che appartiene al mediocre semplicismo borghese odierno, non corrisponde però al vero.
Reputo di stare infatti dalla parte di coloro che credono che il carcere abbia a che fare con un disegno più grande (e talvolta incomprensibile): il destino.
Me ne sto rendendo poco a poco conto, dopo sette mesi scontati in quest’istituto. Parlo così perché vedo come ogni persona sia arrivata ad essere arrestata per i più svariati motivi, facendo però parte di un Volere superiore. Con questo intendo dire che un Dio esiste e prevede per ogni suo figlio delle punizioni e delle possibilità d’espiazione dei propri peccati. Potrebbe sembrare un ragionamento retorico, ma non lo è.

Chi ha studiato o praticato il Cristianesimo sa per esperienza che ai peccati vi si “accede” in diversi modi (e l’entrata in carcere è un’allegorica rappresentazione di espiazione di questi peccati), siano questi la lussuria, l’accidia, la gelosia o l’avarizia.
Io, ad esempio, ho peccato di impeto, e questo rientra nei piani del Creatore. E non lo dico per giustificare il mio reato, bensì perché dopo tanti anni ho ripreso a vedere la vita da Cristiano, quale poi ero realmente.
Ci fu infatti un periodo in cui giudicai il cristianesimo una farsa, una mera invenzione umana…: mai errore fu più grande!
Infatti il Signore ha fatto sì che mi rendessi conto di tutta la sua Verità ed Esistenza provando sulla mia pelle gli effetti del rinnegamento di esso.
Lo dico onestamente: io ho peccato di impeto, e sto pagando un eccesso, uno fra i tanti nella mia giovane, ma spesso tormentata vita. Nella notte di Pasqua, durante una colluttazione, ho perso la percezione del controllo ed ho reagito scriteriatamente ad una aggressione. Una reazione normale, direte… Ma non nel modus operandi. Potevo evitare? Ragionare? Limitare i danni?

Assolutamente sì, ma è facile dirlo ora. Purtroppo sono caduto vittima dei più bassi istinti di sopraffazione umana, ed ho rischiato seriamente di togliere la vita ad altri due esseri viventi. Ora stanno bene, ma il rischio è stato davvero grosso. Dunque Dio m’ha avvisato sul come la vita umana sia importante e nessuno abbia il diritto di toglierla ad un altro, ed ha fatto sì che io comprendessi a cosa si va incontro nel commettere certi delitti.
M’ha concesso questo preludio d’inferno, la custodia cautelare, affinché io non cada più vittima di me stesso e migliori la mia condotta di essere umano. Non vi dico certo che riuscirei a porgere l’altra guancia, ok. Ma ci sono dei modi di vivere che un Cristiano deve adoperarsi nel perseguire, ci sono delle prove che un Cristiano deve superare, per avere, nell’intelletto, dell’auto-conoscimento. In carcere, riscoprendo la Bibbia dopo tanti anni, ho capito che la pena più dura non è quella fisica, ma quella spirituale, e che la penitenza è talvolta necessaria per riscoprire e/o rivalutare i veri valori della vita.
Finito questo periodo di carcerazione dovrò avere nuove prove da superare. Ora, arrestato nella notte di Pasqua e subite le denigrazioni di media e forze dell’Ordine, ho capito che un periodo di mestizia e solitudine, anche se non bello, era quasi “necessario” per l’anima mia.
Chissà, forse un domani il Signore non manderà due energumeni che vogliono spaccarmi la faccia a testare il mio autocontrollo, magari arriveranno la miseria, la malattia o la degenerazione. Ed io mi farò trovare pronto. Perché all’inferno ho ritrovato Dio.
DANIELE MANCA

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