Il ritmo delle stagioni in cella

Non è la prima volta che impegno il tempo in compagnia della penna. La
cosa mi alletta sempre più. Questa volta la mia riflessione cade sull’estate. Molto strano parlarne dal carcere di Pesaro, dove le stagioni non promettono certo cambi degni di nota.

Le stagioni si allungano, si accorciano, ma qui l’unica cosa che muta è l’abbigliamento. Per il resto tutto accade come nulla. In inverno muori dal freddo, ma ti puoi coprire solo quando hai di che metterti addosso. D’estate invece muori e basta.

Qualsiasi movimento rimane lento e molto faticoso. Quindi sotto con i bagni refrigeranti, ma niente sabbia sotto i piedi anche se, per chi vuole, si può prendere il sole. Il problema però sono gli orari assurdi e il conseguente rischio di insolazione.

E così si vedono pance spropositate e gonfie come grossi cocomeri che diventano rosse e che poi vengono sfoggiate con noncuranza. Pance che creano una sorta di zona d’ombra al di sotto della vita e che non fa abbronzare
i piedi. Pancione rosso e piedi bianchi: “combinazione” perfetta per  asseggiare in via Solferino. La ricerca di un’isola felice, un’oasi estiva è praticamente un sogno. Per questo noi carcerati, anche se all’aria aperta, non siamo propriamente felici. Per paradosso i giorni memorabili rimangono quelli marcati col segno del lampo (i temporali).

Un giorno sul calendario di un detenuto che segnava con una perfetta X la data passata trovai il simbolo di un fulmine. Quando chiesi cos’era quella saetta mi rispose “un lampo”. Trovai un che di poetico in quel gesto, segnare anche il
maltempo è roba da scienziati. In estate l’aria che passa tra le sbarre è bollente.

Un metodo infallibile per trovare sollievo è passare qualche ora in compagnia del mio secchio. Ho un bel rapporto con lui e passo parecchie ore in sua compagnia. Non è mai fuori luogo e quando serve c’è sempre. Così lo riempio
con acqua fredda (ma calda considerata l’alta temperatura) e poi, come carcere insegna, buco una bomboletta del gas da campeggio che usualmente si utilizza per cucinare. La immergo ancora piena nell’acqua che si raffredda fin quasi a ghiacciarsi.

Fatta questa operazione immergo i piedi e lì rimango finchè non diventa brodo per i tortellini. Posso effettuare questa operazione anche due o tre volte al giorno, per un costo di 1,20 euro ogni volta (se penso che una brandina ne costa 10, alla fine ci sto dentro). E così, coi piedi al gelo, aspetto che il sangue circolando raffreddi il corpo provando un leggero sollievo, poi mi appoggio al cancello di ferro che dovrebbe aumentare la sensazione di benessere. Infine,
per non lasciarmi coinvolgere dall’ambiente in cui mi trovo, chiudo gli occhi e mi immagino in spiaggia.

Cosi anch’io ho trascorso le mie vacanze estive di questo 2012.
Marco Conti

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