Un Patrono, un credente, un martire

 

Urbino – Una festosa partecipazione di fedeli, ai quali si sono uniti tanti turisti, ha fatto da cornice alla tanto attesa festa del Patrono. Una festa molto viva nel cuore della Arcidiocesi e della città di Urbino. Una tradizione che attraversa i secoli e giunge fino a noi viva, partecipata e capace di suscitare sempre una profonda devozione. Da ogni parte dell’Arcidiocesi, molti fedeli si sono assiepati in Cattedrale per il pontificale dell’Arcivescovo, e quindi hanno partecipato alla processione con la statua del Santo, un valoroso atleta di Cristo che a soli ventisette anni ha conseguito la splendida corona del martirio, per il trionfo della fede. Una nutrita rappresentanza di amministratori con i loro gonfaloni, a cominciare da quelli del Comune di Urbino guidato dal Sindaco Franco Corbucci e dell’Università guidato dal Magnifico Rettore Stefano Pivato, compagnie e confraternite, tra cui quelle del “Corpus Domini” e della “Morte” con i rispettivi stendardi, associazioni, gruppi (Scout, Azione cattolica, chierichetti di diverse parrocchie, Avis-Aido, Terziari francescani) con i loro labari, drappi e bandiere, nonché i tanti sacerdoti presenti coi loro paramenti rossi a testimonianza del sangue dei martiri, hanno onorato la solenne celebrazione eucaristica e la processione.

Un soldato romano indirizzato alla carriera militare che entrò, secondo la tradizione, nella prestigiosa prima coorte della prima legione, di stanza a Roma per la difesa dell’Imperatore e comandata da S. Sebastiano, insieme al quale operò per la propagazione della fede cristiana. L’Imperatore Diocleziano, venuto a conoscenza dei fatti prodigiosi e dell’ascendenza ottenuta sulla popolazione, ordinò al prefetto dell’Etruria, Flacco, di chiedere a Crescentino l’abbandono della fede cristiana, sotto la pena della morte fra i più atroci tormenti. Crescentino non solo non accettò questo odioso ricatto, ma si impegnò ancor di più nella predicazione della sua fede, guadagnandosi nuove conversioni e compiendo diversi miracoli. Per essersi rifiutato di adorare “dei” pagani, fu imprigionato, messo al rogo, trascinato per le vie della città e, dopo vari tormenti, decapitato. Nel martirio ebbe come forza interiore l’amore ardente per il Signore; per questo rimase saldo guardando a Colui che era la sua unica luce, forza e speranza. Mons. Tani ha ricordato che S. Crescentino “ebbe la fede come forza, la speranza come direzione e la carità come stile di vita. La tradizione parla della sua attenzione ai poveri in omaggio ai quali si spogliò di tutti i suoi averi, una volta rimasto solo dopo la morte dei genitori che l’avevano educato nella fede. La sua figura è arricchita dalla lotta contro il drago che racchiude tutte le negatività che si accumulano sulla vita dell’uomo riempiendolo di paura, angoscia, incertezza, disperazione. L’uccisione del drago ci fa comprendere che in Gesù risorto, il cristiano sperimenta in tutte le avversità, la vittoria della fede”. E ancora: “La dimensione mondana che nega Dio, nelle parole e nei fatti, non è compatibile con la vita cristiana. Questo non significa una fuga dal mondo, ma uno starci dentro mantenendo la propria integrità di adesione al Signore, come ci testimonia San Crescentino, cristiano anche in caserma e fedele fino in fondo, anche nella persecuzione”. La processione, aperta dallo stendardo, è stata arricchita con canti, preghiere ed invocazioni, proposte da mons. Augusto Sani e Stefano Mancini; lungo il tragitto ha sostato, come da consuetudine, in tre luoghi che indicano, come ha detto l’Arcivescovo, “tre dimensioni della nostra vita”. La prima tappa davanti all’Università: “il nostro pensiero andrà ai giovani che la frequentano, affinché accolgano il fascino e il compito dello studio per formarsi responsabilmente al loro futuro, che poi è il futuro di tutti”. La seconda davanti al Monastero delle Agostiniane: “Il dono dei sei monasteri di vita contemplativa nella Diocesi deve riempirci di gratitudine verso il Signore, perché ci assicura la compagnia della preghiera”.

Infine in Piazza della Repubblica: “Luogo di sosta, di incontro, di festa, di manifestazioni, di dibattito; luogo simbolo di tutta la vita sociale che si svolge qui e in tutto il territorio”. Mons. Tani ha anche ringraziato il suo predecessore mons. Marinelli per l’istituzione e la cura dell’Adorazione perpetua che dal 2005 é una presenza tenace e silenziosa in Città, giorno e notte; poi un pensiero e una preghiera a tutti coloro che si trovano in grave disagio a causa del terremoto.

Giuseppe Magnanelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *