Mafia, il no di Wojtyla «ispirato» da Livatino

Chi non ricorda l’energico anatema con cui Giovanni Paolo II si rivolse ai mafiosi nella Valle dei Templi di Agrigento?
«Convertitevi! Una volta verrà il giudizio
di Dio». Quelle immagini, quella frase,
fecero il giro del mondo. Furono in molti
a chiedersi il motivo di quello scatto. Non
era la prima volta che il Papa parlava in
Sicilia, ma mai era arrivato a tanto. Una
testimonainza-rivelazione viene oggi da
don Luigi Ciotti, che dell’episodio parla
nel suo ultimo libro, “La speranza non è
in vendita”, che uscirà a breve per i tipi
della Giunti di Milano. I contenuti sono
stati anticipati pochi giorni fa a Urbino,
in occasione del convegno annuale
del settimanale Nuovo Amico, dove il
fondatore del Gruppo Abele è intervenuto
per ritirare il “Premio giornalistico Valerio
Volpini”.
Quell’accorato monito scaturì per certo
dalla visita che il Papa, poche ore prima,
fece ai genitori di Rosario Livatino, il
magistrato ucciso dalla mafia nel 1990 a
soli 37 anni e per il quale, il 21 settembre
scorso, si è aperto il processo di
beatificazione a Canicattì, suo paese natale.
Un incontro intimo che, a distanza di
18 anni, don Luigi Ciotti ripercorre con
grande commozione. «Era la domenica
del 9 maggio 1993 – ricorda – e Giovanni
Paolo II, già diretto alla Valle dei Templi,
decise di fermare il corteo papale davanti
ad una piccola abitazione. Una
sosta di appena sette minuti,
in cui Karol Wojtyla rimase
a colloquio privato in casa
di Rosalia e Vittorio Livatino.
Sette lunghissimi minuti in cui
Rosalia rimase quasi paralizzata
dall’emozione, mentre Vittorio
parlò con il Pontefice e gli volle
mostrare il diario del figlio.
Giovanni Paolo II lo aprì a
caso e lesse quella pagina, e
mentre leggeva, stringeva fra
le mani quelle di mamma Rosalia. Non
so – prosegue don Ciotti – quale pagina
fosse ma posso dire che, quando mi trovai
con i genitori di Livatino, anche a me fu
consentito di leggere quel manoscritto che
mi si aprì casualmente proprio sulle sue
parole più conosciute: “non ci sarà chiesto
se siamo stati credenti, ma credibili”.
Ecco – ha chiosato don Ciotti – queste
sono parole che sfidano l’uomo e non mi
stupisco se hanno colpito profondamente
Giovanni Paolo II, fino al punto da indurlo,
nel corso della celebrazione eucaristica,
ad abbandonare il testo scritto del suo
discorso e a pronunciare quella frase a
braccio, brandendo il pastorale che fu di
Paolo VI».
Parole bellissime e terribili che oggi
secondo don Ciotti possono essere
lette in continuità con l’esortazione di
Giovanni Paolo II alla classe politica della
Campania (Capodimonte, 10 novembre
1990). Sulla stessa linea il documento
“Educare alla legalità”, redatto nel 1991 dalla
commissione giustizia della Cei dove si
legge: «Il cristiano non può accontentarsi
di enunciare l’ideale ed affermare i principi
generali. Deve entrare nella storia e
affrontarla nella sua complessità».
Da qui il capitolo del libro che don Ciotti
dedica alla “interferenza” della Chiesa nei
fatti della mafia, con un’impressionante
sequenza cronologica di date legate a quel
9 maggio 1993.
Il 15 settembre dello stesso anno viene
assassinato, nel giorno del suo compleanno,
don Pino Puglisi. Appena 25 giorni
prima Francesco Marino Mannoia, un
collaboratore di giustizia, aveva dichiarato
ai magistrati: «Nel passato la Chiesa era
considerata sacra ed intoccabile. Ora
invece “Cosa nostra” sta attaccando
anche la Chiesa perché si sta esprimendo
contro la mafia. Gli uomini d’onore
mandano messaggi chiari ai sacerdoti: non
interferite». E il 19 marzo 1994, nel giorno
del suo onomastico, veniva ucciso dalla
Camorra don Peppino Diana, parroco di
Casal di Principe che invitava la gente a
«risalire sui tetti e annunciare parole di
vita».
Il 25 marzo 1995 don Luigi Ciotti fondava
Libera: “associazioni, nomi e numeri
contro le mafie”. È del 3 ottobre 2010
infine la visita pastorale di Benedetto XVI
a Palermo, dove ha voluto rinnovare il
grido della Valle dei Templi definendo la
mafia «strada di morte, incompatibile con
il Vangelo».
Roberto Mazzoli

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